Violenza nelle serie tv per adolescenti: quali effetti?

27 Nov 2019 - Tag: , ,

Violenza nelle serie tv per adolescenti: quali effetti?

Il 31 marzo 2017 va in onda su Netflix la prima stagione della serie Tredici. È subito un grande successo tra gli adolescenti, soprattutto nella fascia dagli 11 ai 13 anni, che si appassionano alla vicenda disperata di Hannah Baker, liceale morta suicida, a seguito di numerosi episodi d’incomprensione e di atti di vero e proprio bullismo. Per spiegare i tredici motivi del suo gesto (Thirteen reasons why è il titolo originale della serie, tratta da un libro di Jay Asher) la ragazza fa recapitare dopo la sua morte un’audiocassetta a tutti quelli che ritiene responsabili di averla fatta sprofondare nell’abisso.

Ben costruita e ben recitata, Tredici è acclamata dalla critica, ma sono i ragazzi il suo pubblico di riferimento – difficile che ne abbia sentito parlare chi non ha figli adolescenti in casa o in classe – e su questi l’impatto è decisamente problematico. Tanto che in alcuni Stati – primo fra tutti la Nuova Zelanda, dove il suicidio giovanile è un’emergenza nazionale – la serie viene vietata ai minori di 18 anni, e negli Stati Uniti vengono diffuse alcune raccomandazioni sulla visione, come quella di essere accompagnati da un adulto e di non vederne più di una puntata alla volta, evitare cioè il cosiddetto “binge watching”, vera e propria abbuffata di episodi visti uno dietro l’altro fino ad esaurire la stagione. A preoccupare è proprio il modo in cui la serie tratta la problematica del suicidio, che viene di fatto proposto come una soluzione possibile ai problemi della protagonista.

Nel maggio di quest’anno una rivista scientifica americana di Psichiatria (Journal of the American Academy of Child and Adolescent Psychiatry) pubblica una ricerca dove si evidenzia come, nell’aprile 2017, cioè a ridosso della messa in onda della serie, il tasso di suicidi tra ragazzi di età comprese tra i 10 e i 17 anni negli Stati Uniti fosse amentato di quasi il 30 per cento. Ovviamente i ricercatori non sono in grado di stabilire una correlazione certa tra i due fatti, ma la coincidenza temporale è innegabile. A seguito dello studio, e delle polemiche che ne sono scaturite, con alcune notizie di suicidi giovanili collegabili in qualche modo alla visione di Tredici, Netflix ha deciso di eliminare la cruda scena del suicidio di Hannah, che concludeva la prima stagione. Mentre in agosto è già stata messa online la terza stagione – e ne è annunciata una quarta -, gli interrogativi restano. Perché non adottare un criterio di prudenza, visto che il pubblico dei teenagers è particolarmente sensibile e vulnerabile, come evidenziato anche nello studio? Se anche uno solo di quei suicidi fosse stato sia pur lontanamente causato dalla visione di un programma tv, non basterebbe il dubbio a sconsigliarne la visione e – ancora prima – la messa in onda?

La questione è cruciale e ha notevoli risvolti dal punto di vista educativo. Il mondo delle serie, che a noi adulti è certamente più familiare rispetto a quello dei canali Youtube, dei social media e dei videogames, è ormai un riferimento per gli adolescenti, che grazie alla tv a pagamento e ai canali in streaming sul modello di Netflix, hanno a disposizione un’offerta amplissima e un accesso ormai capillare, attraverso pc, tablet e smartphone. Lo sviluppo della narrazione nel tempo (per varie puntate moltiplicate per più stagioni) consente di approfondire la psicologia dei personaggi e di creare un senso molto profondo d’immedesimazione. Attraverso racconti audiovisivi così coinvolgenti si comunicano inevitabilmente anche modelli di comportamento e valori, che è importante conoscere, prima di decidere in famiglia quale serie guardare. Il caso di Tredici è uno dei più noti e discussi, ma sono molte altre le serie dedicate ai teenagers, che trattano temi problematici. Si va dalle prostitute adolescenti dei Parioli, protagoniste della serie italiana Baby, targata sempre Netflix, all’inglese Sex Education che con tono lieve e divertente promuove però un’idea di sessualità totalmente sganciata dagli affetti, una sorta di abilità da acquisire, come l’andare in bici o il saper nuotare, fino agli eccessi della più recente Euphoria, della rete americana Hbo, un viaggio nei comportamenti devianti e autolesionistici dei ragazzi, con scene particolarmente crude di violenza e sesso. E l’elenco potrebbe continuare. Mentre è necessario chiedere agli operatori una maggiore responsabilità nel produrre e diffondere prodotti destinati ai giovani, è importante che i genitori s’informino per valutare con attenzione cosa proporre ai propri figli. In alcuni casi si tratterà di dire un deciso no, in altri di consentire la visione, ma soltanto accompagnati dai genitori. In generale il consiglio è quello di evitare che queste serie, dove spesso prevale un clima cupo, con prospettive di speranza rare o inesistenti, siano viste dagli adolescenti in completa solitudine, nel buio della propria cameretta.

originariamente pubblicato su Puntofamiglia 

 

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Violenza nelle serie tv per adolescenti: quali effetti?

Il 31 marzo 2017 va in onda su Netflix la prima stagione della serie Tredici. È subito un grande successo tra gli adolescenti, soprattutto nella fascia dagli 11 ai 13 anni, che si appassionano alla vicenda disperata di Hannah Baker, liceale morta suicida, a seguito di numerosi episodi d’incomprensione e di atti di vero e proprio bullismo. Per spiegare i tredici motivi del suo gesto (Thirteen reasons why è il titolo originale della serie, tratta da un libro di Jay Asher) la ragazza fa recapitare dopo la sua morte un’audiocassetta a tutti quelli che ritiene responsabili di averla fatta sprofondare nell’abisso.

Ben costruita e ben recitata, Tredici è acclamata dalla critica, ma sono i ragazzi il suo pubblico di riferimento – difficile che ne abbia sentito parlare chi non ha figli adolescenti in casa o in classe – e su questi l’impatto è decisamente problematico. Tanto che in alcuni Stati – primo fra tutti la Nuova Zelanda, dove il suicidio giovanile è un’emergenza nazionale – la serie viene vietata ai minori di 18 anni, e negli Stati Uniti vengono diffuse alcune raccomandazioni sulla visione, come quella di essere accompagnati da un adulto e di non vederne più di una puntata alla volta, evitare cioè il cosiddetto “binge watching”, vera e propria abbuffata di episodi visti uno dietro l’altro fino ad esaurire la stagione. A preoccupare è proprio il modo in cui la serie tratta la problematica del suicidio, che viene di fatto proposto come una soluzione possibile ai problemi della protagonista.

Nel maggio di quest’anno una rivista scientifica americana di Psichiatria (Journal of the American Academy of Child and Adolescent Psychiatry) pubblica una ricerca dove si evidenzia come, nell’aprile 2017, cioè a ridosso della messa in onda della serie, il tasso di suicidi tra ragazzi di età comprese tra i 10 e i 17 anni negli Stati Uniti fosse amentato di quasi il 30 per cento. Ovviamente i ricercatori non sono in grado di stabilire una correlazione certa tra i due fatti, ma la coincidenza temporale è innegabile. A seguito dello studio, e delle polemiche che ne sono scaturite, con alcune notizie di suicidi giovanili collegabili in qualche modo alla visione di Tredici, Netflix ha deciso di eliminare la cruda scena del suicidio di Hannah, che concludeva la prima stagione. Mentre in agosto è già stata messa online la terza stagione – e ne è annunciata una quarta -, gli interrogativi restano. Perché non adottare un criterio di prudenza, visto che il pubblico dei teenagers è particolarmente sensibile e vulnerabile, come evidenziato anche nello studio? Se anche uno solo di quei suicidi fosse stato sia pur lontanamente causato dalla visione di un programma tv, non basterebbe il dubbio a sconsigliarne la visione e – ancora prima – la messa in onda?

La questione è cruciale e ha notevoli risvolti dal punto di vista educativo. Il mondo delle serie, che a noi adulti è certamente più familiare rispetto a quello dei canali Youtube, dei social media e dei videogames, è ormai un riferimento per gli adolescenti, che grazie alla tv a pagamento e ai canali in streaming sul modello di Netflix, hanno a disposizione un’offerta amplissima e un accesso ormai capillare, attraverso pc, tablet e smartphone. Lo sviluppo della narrazione nel tempo (per varie puntate moltiplicate per più stagioni) consente di approfondire la psicologia dei personaggi e di creare un senso molto profondo d’immedesimazione. Attraverso racconti audiovisivi così coinvolgenti si comunicano inevitabilmente anche modelli di comportamento e valori, che è importante conoscere, prima di decidere in famiglia quale serie guardare. Il caso di Tredici è uno dei più noti e discussi, ma sono molte altre le serie dedicate ai teenagers, che trattano temi problematici. Si va dalle prostitute adolescenti dei Parioli, protagoniste della serie italiana Baby, targata sempre Netflix, all’inglese Sex Education che con tono lieve e divertente promuove però un’idea di sessualità totalmente sganciata dagli affetti, una sorta di abilità da acquisire, come l’andare in bici o il saper nuotare, fino agli eccessi della più recente Euphoria, della rete americana Hbo, un viaggio nei comportamenti devianti e autolesionistici dei ragazzi, con scene particolarmente crude di violenza e sesso. E l’elenco potrebbe continuare. Mentre è necessario chiedere agli operatori una maggiore responsabilità nel produrre e diffondere prodotti destinati ai giovani, è importante che i genitori s’informino per valutare con attenzione cosa proporre ai propri figli. In alcuni casi si tratterà di dire un deciso no, in altri di consentire la visione, ma soltanto accompagnati dai genitori. In generale il consiglio è quello di evitare che queste serie, dove spesso prevale un clima cupo, con prospettive di speranza rare o inesistenti, siano viste dagli adolescenti in completa solitudine, nel buio della propria cameretta.

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