Smartphone in classe sì o no?

24 Set 2019 - Tag: ,

Smartphone in classe sì o no?

17 settembre 2019. Con l’inizio del nuovo anno scolastico la questione torna d’attualità e vale la pena fare un po’ di chiarezza. In che modo la Scuola deve affrontare il problema? È corretto concedere cittadinanza allo smartphone tra i banchi?In Italia nel gennaio 2018 è stato stilato da una commissione ministeriale un decalogo per l’uso del cellulare in classe, nella convinzione che sia anche compito della Scuola formare i ragazzi all’utilizzo consapevole di questo strumento. In altri Paesi, primo fra tutti la Francia, si è scelta invece una via diametralmente opposta: vietare l’uso dei dispositivi elettronici alle scuole elementari e medie. Negli Stati Uniti ci sono associazioni di genitori che promuovono campagne per scoraggiare l’utilizzo dello smartphone in classe. In alcune scuole si sono avviate sperimentazioni in questo senso e non mancano i primi bilanci, in linea di massima positivi. Dopo lo shock iniziale, dicono per esempio i dirigenti della scuola superiore di La Canada vicino a Los Angeles, che ha imposto il divieto all’inizio dello scorso anno scolastico, i risultati sono incoraggianti: in generale, tra gli alunni c’è una maggiore propensione a socializzare durante gli intervalli e gli insegnanti hanno guadagnato tempo non dovendo più imporre di spegnere i telefoni e controllarne l’eventuale uso di continuo.

Anche in Italia ci sono scuole che hanno deciso di percorrere la via del divieto. Si è parlato molto del liceo paritario di Piacenza che dal settembre dello scorso anno impone agli studenti di consegnare il proprio cellulare all’inizio delle lezioni – gli apparecchi vengono inseriti in speciali buste schermate –, ma si possono citare altri esempi, dal liceo Massimo di Roma al Gonzaga di Palermo, ad altre iniziative di questo tipo prese nelle singole regioni. Intanto nel gennaio di quest’anno sono state presentate due proposte di legge (di Forza Italia e della Lega) per tornare a vietare l’uso degli smartphone in tutte le scuole rovesciando la linea ministeriale.

Intorno alla questione c’è un dibattito piuttosto acceso, che, come spesso accade, tende a far risultare come retrogrado e ostile alla tecnologia chi non è d’accordo con l’uso dello smartphone in classe. Il decalogo, voluto dall’ex ministro dell’istruzione Valeria Fedeli, menzionava la necessità di essere sempre aperti al cambiamento. Vi si leggeva fra l’altro che «bisogna sostenere un approccio consapevole al digitale nonché la capacità d’uso critico delle fonti», mentre «è necessario che l’alleanza educativa tra scuola e famiglia si estenda alle questioni relative all’uso dei dispositivi personali. Le tecnologie digitali devono essere funzionali a questa collaborazione». Intenzioni del tutto condivisibili, che però rischiano di rimanere semplice teoria se manca una sana dose di realismo riguardo all’utilizzo effettivo di questi strumenti in aula. Chiunque abbia un figlio adolescente può verificare di persona. Gli usi più frequenti dello smartphone in classe vanno dai videogiochi alle serie tv, dalla messa a punto della formazione del fantacalcio all’uso svagato dei social media. Questo perché nel valutare strumenti di tale potenza e fascino occorre tenere sempre presente che non si tratta di mezzi neutrali, quindi completamente gestibili sulla base di precise istruzioni. Sono al contrario – come ogni tecnologia – dispositivi che favoriscono alcuni comportamenti e ne scoraggiano altri. E, com’è ormai sempre più evidente, un atteggiamento che promuovono è proprio la dipendenza, ovvero l’uso inconsapevole, disimpegnato e continuo, mentre rendono sempre più difficile raggiungere e mantenere un adeguato grado di concentrazione. Non è realistico pensare che bastino le indicazioni di un insegnante (“spegnete! Mettete via!”) per favorirne un utilizzo sano e proficuo.

Quindi che fare? Risolvere il problema eliminando uno strumento che immediatamente fuori dalla classe i ragazzi ricominceranno a utilizzare in modo massiccio? La questione è complessa e probabilmente ci vorrà tempo prima di trovare una soluzione equilibrata. Certamente, in questa fase un compito fondamentale della Scuola (e della famiglia) è porre limiti, per preservare una giusta gradualità – non è pensabile l’uso dello smartphone in classe alle scuole medie inferiori, visto che l’età minima per accedere ai social network è fissata in 13 anni – e per educare a un uso cosciente e responsabile. Primo requisito della consapevolezza è rendersi conto della situazione in cui ci si trova: fissare ipnoticamente lo schermo di uno smartphone non aiuta di certo. Senza un cellulare in mano è più chiaro che siamo a scuola e che ci stiamo per ascoltare e partecipare alle lezioni.

All’interno di questi limiti ben venga ogni utilizzo creativo della tecnologia, rigorosamente proposto e gestito dall’insegnante. E ben venga anche ogni forma di dialogo sull’uso che i ragazzi fanno di questi strumenti, così come l’incoraggiamento a un utilizzo attivo e critico del mezzo. Il dialogo dovrebbe essere animato da una sana curiosità, dal desiderio di capire meglio – cosa che spesso a noi adulti risulta molto difficile – quali emozioni e passioni siano in grado di suscitare i personaggi, le storie, le relazioni con cui i ragazzi vengono in contatto online. Così la scuola potrebbe essere il luogo dove cominciare a riflettere seriamente e acquisire le basi per capire e affrontare in modo più maturo il mondo digitale. Senza bisogno di avere uno smartphone sotto il banco.

originariamente puublicato su www.puntofamiglia.com

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17 settembre 2019. Con l’inizio del nuovo anno scolastico la questione torna d’attualità e vale la pena fare un po’ di chiarezza. In che modo la Scuola deve affrontare il problema? È corretto concedere cittadinanza allo smartphone tra i banchi?In Italia nel gennaio 2018 è stato stilato da una commissione ministeriale un decalogo per l’uso del cellulare in classe, nella convinzione che sia anche compito della Scuola formare i ragazzi all’utilizzo consapevole di questo strumento. In altri Paesi, primo fra tutti la Francia, si è scelta invece una via diametralmente opposta: vietare l’uso dei dispositivi elettronici alle scuole elementari e medie. Negli Stati Uniti ci sono associazioni di genitori che promuovono campagne per scoraggiare l’utilizzo dello smartphone in classe. In alcune scuole si sono avviate sperimentazioni in questo senso e non mancano i primi bilanci, in linea di massima positivi. Dopo lo shock iniziale, dicono per esempio i dirigenti della scuola superiore di La Canada vicino a Los Angeles, che ha imposto il divieto all’inizio dello scorso anno scolastico, i risultati sono incoraggianti: in generale, tra gli alunni c’è una maggiore propensione a socializzare durante gli intervalli e gli insegnanti hanno guadagnato tempo non dovendo più imporre di spegnere i telefoni e controllarne l’eventuale uso di continuo.

Anche in Italia ci sono scuole che hanno deciso di percorrere la via del divieto. Si è parlato molto del liceo paritario di Piacenza che dal settembre dello scorso anno impone agli studenti di consegnare il proprio cellulare all’inizio delle lezioni – gli apparecchi vengono inseriti in speciali buste schermate –, ma si possono citare altri esempi, dal liceo Massimo di Roma al Gonzaga di Palermo, ad altre iniziative di questo tipo prese nelle singole regioni. Intanto nel gennaio di quest’anno sono state presentate due proposte di legge (di Forza Italia e della Lega) per tornare a vietare l’uso degli smartphone in tutte le scuole rovesciando la linea ministeriale.

Intorno alla questione c’è un dibattito piuttosto acceso, che, come spesso accade, tende a far risultare come retrogrado e ostile alla tecnologia chi non è d’accordo con l’uso dello smartphone in classe. Il decalogo, voluto dall’ex ministro dell’istruzione Valeria Fedeli, menzionava la necessità di essere sempre aperti al cambiamento. Vi si leggeva fra l’altro che «bisogna sostenere un approccio consapevole al digitale nonché la capacità d’uso critico delle fonti», mentre «è necessario che l’alleanza educativa tra scuola e famiglia si estenda alle questioni relative all’uso dei dispositivi personali. Le tecnologie digitali devono essere funzionali a questa collaborazione». Intenzioni del tutto condivisibili, che però rischiano di rimanere semplice teoria se manca una sana dose di realismo riguardo all’utilizzo effettivo di questi strumenti in aula. Chiunque abbia un figlio adolescente può verificare di persona. Gli usi più frequenti dello smartphone in classe vanno dai videogiochi alle serie tv, dalla messa a punto della formazione del fantacalcio all’uso svagato dei social media. Questo perché nel valutare strumenti di tale potenza e fascino occorre tenere sempre presente che non si tratta di mezzi neutrali, quindi completamente gestibili sulla base di precise istruzioni. Sono al contrario – come ogni tecnologia – dispositivi che favoriscono alcuni comportamenti e ne scoraggiano altri. E, com’è ormai sempre più evidente, un atteggiamento che promuovono è proprio la dipendenza, ovvero l’uso inconsapevole, disimpegnato e continuo, mentre rendono sempre più difficile raggiungere e mantenere un adeguato grado di concentrazione. Non è realistico pensare che bastino le indicazioni di un insegnante (“spegnete! Mettete via!”) per favorirne un utilizzo sano e proficuo.

Quindi che fare? Risolvere il problema eliminando uno strumento che immediatamente fuori dalla classe i ragazzi ricominceranno a utilizzare in modo massiccio? La questione è complessa e probabilmente ci vorrà tempo prima di trovare una soluzione equilibrata. Certamente, in questa fase un compito fondamentale della Scuola (e della famiglia) è porre limiti, per preservare una giusta gradualità – non è pensabile l’uso dello smartphone in classe alle scuole medie inferiori, visto che l’età minima per accedere ai social network è fissata in 13 anni – e per educare a un uso cosciente e responsabile. Primo requisito della consapevolezza è rendersi conto della situazione in cui ci si trova: fissare ipnoticamente lo schermo di uno smartphone non aiuta di certo. Senza un cellulare in mano è più chiaro che siamo a scuola e che ci stiamo per ascoltare e partecipare alle lezioni.

All’interno di questi limiti ben venga ogni utilizzo creativo della tecnologia, rigorosamente proposto e gestito dall’insegnante. E ben venga anche ogni forma di dialogo sull’uso che i ragazzi fanno di questi strumenti, così come l’incoraggiamento a un utilizzo attivo e critico del mezzo. Il dialogo dovrebbe essere animato da una sana curiosità, dal desiderio di capire meglio – cosa che spesso a noi adulti risulta molto difficile – quali emozioni e passioni siano in grado di suscitare i personaggi, le storie, le relazioni con cui i ragazzi vengono in contatto online. Così la scuola potrebbe essere il luogo dove cominciare a riflettere seriamente e acquisire le basi per capire e affrontare in modo più maturo il mondo digitale. Senza bisogno di avere uno smartphone sotto il banco.

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