Shtisel: delicato racconto di vita familiare

25 Giu 2022 - Tag: , , ,

Shtisel: delicato racconto di vita familiare

La vita di una famiglia ebrea ultraortodossa haredim, che vive nel quartiere Geula di Gerusalemme. Apparentemente un mondo lontano dal nostro: una comunità chiusa, che segue tradizioni e consuetudini fuori dal tempo. E’ la storia di Shtisel, serie israeliana del 2013, su Netflix a partire dal 2018, con una terza stagione appena distribuita. In tutto 33 episodi in ebraico e yiddish con sottotitoli. Un’impresa a prima vista impossibile per spettatori ormai abituati a contenuti ben più accessibili e adrenalinici. Eppure la serie è un piccolo caso per il successo che ha ottenuto negli Stati Uniti e in Europa e per le unanimi recensioni positive della critica. Seguendone il ritmo pacato, episodio dopo episodio, si entra nella vita della famiglia Shtisel e si finisce quasi per dimenticarne gli aspetti che ce la rendono estranea e un po’ esotica, per provare invece una profonda empatia con le vicende dei protagonisti, animati da affetti e desideri del tutto simili a quelli di qualunque altra famiglia. Il merito della serie è di ritrarli con garbo e attenzione, senza mai azzardare un giudizio esplicito, ma offrendo invece una raffinata analisi delle motivazioni dei diversi protagonisti. Così, immersi in questo microcosmo dove non succede nulla di particolarmente eclatante, siamo guidati in una  sorta di “educazione sentimentale”, e finiamo per immedesimarci nelle angustie del rabbino Shulem Shtisel, nella sua difficile relazione con i figli e nella ricerca dell’ultimogenito Akiva della propria strada o nelle complesse vicende matrimoniali della sorella Giti.

Silenzi e suggestioni visive

La narrazione, pur procedendo in modo appassionante nell’arco delle tre stagioni,  è quasi totalmente priva di quelle scorciatoie cui ormai siamo avvezzi: non si mostra neppure un bacio, eppure le storie sentimentali non mancano. Questa scelta fa sì che le delicate dinamiche delle relazioni siano amplificate, viste sotto la lente di un microscopio, come in un romanzo d’altri tempi. Il principale fascino di Shtisel risiede proprio in questo pudore nel racconto, che prevede anche silenzi e suggestioni visive e che ha l’effetto di dare molto più risalto al mondo interiore dei protagonisti, con l’aiuto della recitazione assolutamente impeccabile, di una fotografia pittorica e di una regia che riesce a rendere fin nei minimi dettagli il clima generale della storia. Risultano così molteplici gli spunti educativi che si possono trarre dalla serie: dal conflitto fra la propria vocazione e le restrizioni imposte dalla famiglia, alla difficile ricerca di un legame sentimentale profondo, dall’importanza delle relazioni familiari, che restano come riferimento positivo pur nella difficoltà dei rapporti, al contrasto tra rispetto della tradizione e spinte innovative provenienti dall’esterno.

La religione che illumina

La dimensione religiosa pervade Shtisel come un costante motivo di fondo, che unifica e dà senso a tutta la storia. La religione non è mai ridicolizzata o criticata, viene piuttosto vissuta con assoluta naturalezza, come una componente fondamentale della vita. Ci sono però alcune scene e situazioni in cui tale aspetto emerge con maggiore evidenza e che si prestano quindi a un approfondimento in questa direzione, occasione peraltro piuttosto rara nel panorama delle serie tv. Verso la fine dell’episodio 8 (minuto 38 circa) della seconda stagione, Akiva Shtisel, artista, in lite con il padre, si trova a casa di una pittrice che si offre di ospitarlo per qualche giorno. E’ immerso nella pittura, sta realizzando un ritratto dell’amica, quando improvvisamente realizza di essersi dimenticato di indossare i tefillin (astucci di cuoio contenenti pagine della Torah, che si legano alla fronte e al braccio sinistro per la preghiera del mattino). “Non mi era mai successo”, spiega Akiva visibilmente turbato, e se ne va per tornare nel suo quartiere. Qui avrà subito la brutta notizia della morte della nonna. Quel richiamo alla pratica religiosa, apparentemente soltanto formale, assume così ben altro valore: quasi come una misteriosa e profonda risonanza spirituale, che lo spazio della preghiera consente di cogliere.

Una strada lunga che è più breve

Nell’episodio 7 (“Una strada lunga che è più breve”) della stagione 3 (minuto 20) il giovane Hanina, marito di Ruchami, incinta nonostante il divieto assoluto del medico per il serio rischio di morte cui va incontro, chiede consiglio al rabbino sul da farsi, visto che l’indicazione del ginecologo è di abortire al più presto. Il rabbino lo invita a cercare una risposta non soltanto nella scienza. “Hanina, tu sei uno studioso, segui la Torah, giusto? Scava, scava perché in essa tutto c’è”, “Ma che cosa devo fare?”, chiede angosciato il ragazzo. “Che cosa facciamo quando non sappiamo cosa fare? Ci immergiamo nel Talmud, una, due ore. Vedrai che alla fine saprai cosa fare”. Hanina fa come gli ha indicato il rabbino, in preda alla disperazione. E trova una possibile risposta, uno spiraglio di speranza.

Nello stesso episodio (minuto 29) il vecchio Shulem si sottopone a un elettrocardiogramma: il medico ipotizza di dover mettere un bypass o fare un angiogramma. Mentre è collegato alla macchina per l’ECG, il rabbino, piuttosto preoccupato e spaventato, per calmarsi recita a memoria i salmi: “Donde verrà il mio aiuto? Il mio aiuto viene dall’Eterno, che ha fatto il cielo e la terra”. E l’esame dà un esito insperato. Piccole brecce di luce, come faglie che si aprono nella quotidianità e lasciano intuire un altrove, capace di illuminare il presente.

Originariamente pubblicato su Il cinematografo

 

 

 

 

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Shtisel: delicato racconto di vita familiare

La vita di una famiglia ebrea ultraortodossa haredim, che vive nel quartiere Geula di Gerusalemme. Apparentemente un mondo lontano dal nostro: una comunità chiusa, che segue tradizioni e consuetudini fuori dal tempo. E’ la storia di Shtisel, serie israeliana del 2013, su Netflix a partire dal 2018, con una terza stagione appena distribuita. In tutto 33 episodi in ebraico e yiddish con sottotitoli. Un’impresa a prima vista impossibile per spettatori ormai abituati a contenuti ben più accessibili e adrenalinici. Eppure la serie è un piccolo caso per il successo che ha ottenuto negli Stati Uniti e in Europa e per le unanimi recensioni positive della critica. Seguendone il ritmo pacato, episodio dopo episodio, si entra nella vita della famiglia Shtisel e si finisce quasi per dimenticarne gli aspetti che ce la rendono estranea e un po’ esotica, per provare invece una profonda empatia con le vicende dei protagonisti, animati da affetti e desideri del tutto simili a quelli di qualunque altra famiglia. Il merito della serie è di ritrarli con garbo e attenzione, senza mai azzardare un giudizio esplicito, ma offrendo invece una raffinata analisi delle motivazioni dei diversi protagonisti. Così, immersi in questo microcosmo dove non succede nulla di particolarmente eclatante, siamo guidati in una  sorta di “educazione sentimentale”, e finiamo per immedesimarci nelle angustie del rabbino Shulem Shtisel, nella sua difficile relazione con i figli e nella ricerca dell’ultimogenito Akiva della propria strada o nelle complesse vicende matrimoniali della sorella Giti.

Silenzi e suggestioni visive

La narrazione, pur procedendo in modo appassionante nell’arco delle tre stagioni,  è quasi totalmente priva di quelle scorciatoie cui ormai siamo avvezzi: non si mostra neppure un bacio, eppure le storie sentimentali non mancano. Questa scelta fa sì che le delicate dinamiche delle relazioni siano amplificate, viste sotto la lente di un microscopio, come in un romanzo d’altri tempi. Il principale fascino di Shtisel risiede proprio in questo pudore nel racconto, che prevede anche silenzi e suggestioni visive e che ha l’effetto di dare molto più risalto al mondo interiore dei protagonisti, con l’aiuto della recitazione assolutamente impeccabile, di una fotografia pittorica e di una regia che riesce a rendere fin nei minimi dettagli il clima generale della storia. Risultano così molteplici gli spunti educativi che si possono trarre dalla serie: dal conflitto fra la propria vocazione e le restrizioni imposte dalla famiglia, alla difficile ricerca di un legame sentimentale profondo, dall’importanza delle relazioni familiari, che restano come riferimento positivo pur nella difficoltà dei rapporti, al contrasto tra rispetto della tradizione e spinte innovative provenienti dall’esterno.

La religione che illumina

La dimensione religiosa pervade Shtisel come un costante motivo di fondo, che unifica e dà senso a tutta la storia. La religione non è mai ridicolizzata o criticata, viene piuttosto vissuta con assoluta naturalezza, come una componente fondamentale della vita. Ci sono però alcune scene e situazioni in cui tale aspetto emerge con maggiore evidenza e che si prestano quindi a un approfondimento in questa direzione, occasione peraltro piuttosto rara nel panorama delle serie tv. Verso la fine dell’episodio 8 (minuto 38 circa) della seconda stagione, Akiva Shtisel, artista, in lite con il padre, si trova a casa di una pittrice che si offre di ospitarlo per qualche giorno. E’ immerso nella pittura, sta realizzando un ritratto dell’amica, quando improvvisamente realizza di essersi dimenticato di indossare i tefillin (astucci di cuoio contenenti pagine della Torah, che si legano alla fronte e al braccio sinistro per la preghiera del mattino). “Non mi era mai successo”, spiega Akiva visibilmente turbato, e se ne va per tornare nel suo quartiere. Qui avrà subito la brutta notizia della morte della nonna. Quel richiamo alla pratica religiosa, apparentemente soltanto formale, assume così ben altro valore: quasi come una misteriosa e profonda risonanza spirituale, che lo spazio della preghiera consente di cogliere.

Una strada lunga che è più breve

Nell’episodio 7 (“Una strada lunga che è più breve”) della stagione 3 (minuto 20) il giovane Hanina, marito di Ruchami, incinta nonostante il divieto assoluto del medico per il serio rischio di morte cui va incontro, chiede consiglio al rabbino sul da farsi, visto che l’indicazione del ginecologo è di abortire al più presto. Il rabbino lo invita a cercare una risposta non soltanto nella scienza. “Hanina, tu sei uno studioso, segui la Torah, giusto? Scava, scava perché in essa tutto c’è”, “Ma che cosa devo fare?”, chiede angosciato il ragazzo. “Che cosa facciamo quando non sappiamo cosa fare? Ci immergiamo nel Talmud, una, due ore. Vedrai che alla fine saprai cosa fare”. Hanina fa come gli ha indicato il rabbino, in preda alla disperazione. E trova una possibile risposta, uno spiraglio di speranza.

Nello stesso episodio (minuto 29) il vecchio Shulem si sottopone a un elettrocardiogramma: il medico ipotizza di dover mettere un bypass o fare un angiogramma. Mentre è collegato alla macchina per l’ECG, il rabbino, piuttosto preoccupato e spaventato, per calmarsi recita a memoria i salmi: “Donde verrà il mio aiuto? Il mio aiuto viene dall’Eterno, che ha fatto il cielo e la terra”. E l’esame dà un esito insperato. Piccole brecce di luce, come faglie che si aprono nella quotidianità e lasciano intuire un altrove, capace di illuminare il presente.

Originariamente pubblicato su Il cinematografo

 

 

 

 

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