Qual è l’età giusta per lo smartphone?

30 Mar 2019 -

Qual è l’età giusta per lo smartphone?

originariamente pubblicato su puntofamiglia – Chi darebbe da mangiare dell’aragosta a un neonato? O da bere un superalcolico a un ragazzino di dieci anni? Nessun genitore con un minimo di criterio farebbe nulla del genere. È evidente che si tratterebbe di mettere seriamente a repentaglio la salute dei propri figli. Questo è lampante quando si parla di alimentazione, ma le cose diventano molto più confuse se dal piano alimentare ci spostiamo su quello di ciò che si guarda, si ascolta, si scrive e si condivide. Eppure quella di non esporre troppo precocemente un bambino o un adolescente a contenuti palesemente pensati per un pubblico adulto è una preoccupazione che ogni genitore o educatore dovrebbe avere.

Il World Wide Web, di cui proprio in questi giorni ricorre il trentesimo anniversario, dà accesso a una sterminata biblioteca di testi, video e audio, offrendo possibilità inedite di apprendimento, studio e anche di semplice intrattenimento. Lo strumento con cui lo esploriamo oggi è prevalentemente lo smartphone. L’arte di orientarsi al meglio al suo interno e trovare le moltissime “perle” che contiene, lasciando da parte tutto ciò che invece è disinformazione, si può apprendere con un certo esercizio. E con una certa maturità, che in parte dipende anche dall’età anagrafica.

Non è vero che i cosiddetti “nativi digitali”, cioè i ragazzi nati in un mondo già pervaso di tecnologia, siano così bravi a gestire gli strumenti e soprattutto il loro uso. Hanno certamente una familiarità immediata con le tecnologie, e riescono generalmente a farle funzionare al primo colpo o quasi, spremendone le potenzialità in modo intuitivo ed efficiente, ma questo non significa che abbiano piena consapevolezza di quello che stanno facendo, del destino dei propri dati una volta immessi in Rete, dei meccanismi commerciali legati ai like o alle condivisioni, ma anche semplicemente del tipo di servizio che stanno utilizzando. Pensiamo solo alla graduatoria di Google, ad esempio, e proviamo a chiedere a un ragazzo se sa esattamente di cosa si tratta: molto probabilmente ci risponderà che i primi risultati sono i più affidabili, mentre sono solo i più popolari e attinenti all’argomento della nostra richiesta. È vero, nemmeno noi siamo in genere così esperti. Ma l’aspetto appassionante è proprio questo: adulti e ragazzi, genitori e figli, docenti e studenti, siamo tutti di fronte alle stesse sfide, che vanno ben al di là di una semplice padronanza tecnica degli strumenti.
Come scriveva la studiosa americana danah boyd nel 2015 (con le inziali volutamente in minuscolo, come si usa online), “sia gli adulti che i ragazzi hanno molto da imparare. La familiarità con l’ultimo gadget tecnologico è meno importante del possedere la conoscenza critica necessaria per vivere in un ambiente di rete: la capacità di capire come si muovono i dati personali e come cercare e interpretare le informazioni”.

Se ci pensiamo, questa è una prospettiva molto più interessante rispetto all’idea di avere in casa una sorta di genio dell’informatica col quale sarebbe praticamente impossibile comunicare perché parla una lingua – quella del digitale, dell’interattività, dell’immersione nei videogiochi – incomprensibile per noi adulti, destinati a rimanere irrimediabilmente esclusi dal suo mondo. La condivisione della stessa sfida lanciata dagli strumenti digitali della comunicazione interattiva e multimediale è poi anche l’unica prospettiva che consenta di recuperare un rapporto educativo con i ragazzi, in cui l’esempio che daremo sarà di primaria importanza. Il nostro uso dello smartphone influenzerà inevitabilmente il loro. Lo studioso americano Howard Rheingold propone un paragone molto efficace: il fumo passivo. Non esponiamo i nostri figli a un uso scorretto degli strumenti tecnologici del comunicare, così come non metteremmo a repentaglio la loro salute riempiendo la casa del fumo delle nostre sigarette. Ma allo stesso tempo non dimentichiamo mai che i genitori siamo noi e che educare all’uso delle tecnologie significa prima di tutto educare.

Un ambito in cui riprendere il controllo è proprio la decisione dell’età giusta alla quale vogliamo mettere in mano lo smartphone ai nostri figli, offrendogli l’accesso a un mondo dove la maggior parte dei contenuti sono pensati da adulti per un pubblico di adulti. Pensiamoci bene. E teniamo anche presente che l’età minima di accesso ai social media nella maggior parte dei casi è di 13 anni. Allora, cosa vogliamo fare con quell’aragosta? Con il superalcolico? E con lo smartphone?


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Qual è l’età giusta per lo smartphone?

originariamente pubblicato su puntofamiglia – Chi darebbe da mangiare dell’aragosta a un neonato? O da bere un superalcolico a un ragazzino di dieci anni? Nessun genitore con un minimo di criterio farebbe nulla del genere. È evidente che si tratterebbe di mettere seriamente a repentaglio la salute dei propri figli. Questo è lampante quando si parla di alimentazione, ma le cose diventano molto più confuse se dal piano alimentare ci spostiamo su quello di ciò che si guarda, si ascolta, si scrive e si condivide. Eppure quella di non esporre troppo precocemente un bambino o un adolescente a contenuti palesemente pensati per un pubblico adulto è una preoccupazione che ogni genitore o educatore dovrebbe avere.

Il World Wide Web, di cui proprio in questi giorni ricorre il trentesimo anniversario, dà accesso a una sterminata biblioteca di testi, video e audio, offrendo possibilità inedite di apprendimento, studio e anche di semplice intrattenimento. Lo strumento con cui lo esploriamo oggi è prevalentemente lo smartphone. L’arte di orientarsi al meglio al suo interno e trovare le moltissime “perle” che contiene, lasciando da parte tutto ciò che invece è disinformazione, si può apprendere con un certo esercizio. E con una certa maturità, che in parte dipende anche dall’età anagrafica.

Non è vero che i cosiddetti “nativi digitali”, cioè i ragazzi nati in un mondo già pervaso di tecnologia, siano così bravi a gestire gli strumenti e soprattutto il loro uso. Hanno certamente una familiarità immediata con le tecnologie, e riescono generalmente a farle funzionare al primo colpo o quasi, spremendone le potenzialità in modo intuitivo ed efficiente, ma questo non significa che abbiano piena consapevolezza di quello che stanno facendo, del destino dei propri dati una volta immessi in Rete, dei meccanismi commerciali legati ai like o alle condivisioni, ma anche semplicemente del tipo di servizio che stanno utilizzando. Pensiamo solo alla graduatoria di Google, ad esempio, e proviamo a chiedere a un ragazzo se sa esattamente di cosa si tratta: molto probabilmente ci risponderà che i primi risultati sono i più affidabili, mentre sono solo i più popolari e attinenti all’argomento della nostra richiesta. È vero, nemmeno noi siamo in genere così esperti. Ma l’aspetto appassionante è proprio questo: adulti e ragazzi, genitori e figli, docenti e studenti, siamo tutti di fronte alle stesse sfide, che vanno ben al di là di una semplice padronanza tecnica degli strumenti.
Come scriveva la studiosa americana danah boyd nel 2015 (con le inziali volutamente in minuscolo, come si usa online), “sia gli adulti che i ragazzi hanno molto da imparare. La familiarità con l’ultimo gadget tecnologico è meno importante del possedere la conoscenza critica necessaria per vivere in un ambiente di rete: la capacità di capire come si muovono i dati personali e come cercare e interpretare le informazioni”.

Se ci pensiamo, questa è una prospettiva molto più interessante rispetto all’idea di avere in casa una sorta di genio dell’informatica col quale sarebbe praticamente impossibile comunicare perché parla una lingua – quella del digitale, dell’interattività, dell’immersione nei videogiochi – incomprensibile per noi adulti, destinati a rimanere irrimediabilmente esclusi dal suo mondo. La condivisione della stessa sfida lanciata dagli strumenti digitali della comunicazione interattiva e multimediale è poi anche l’unica prospettiva che consenta di recuperare un rapporto educativo con i ragazzi, in cui l’esempio che daremo sarà di primaria importanza. Il nostro uso dello smartphone influenzerà inevitabilmente il loro. Lo studioso americano Howard Rheingold propone un paragone molto efficace: il fumo passivo. Non esponiamo i nostri figli a un uso scorretto degli strumenti tecnologici del comunicare, così come non metteremmo a repentaglio la loro salute riempiendo la casa del fumo delle nostre sigarette. Ma allo stesso tempo non dimentichiamo mai che i genitori siamo noi e che educare all’uso delle tecnologie significa prima di tutto educare.

Un ambito in cui riprendere il controllo è proprio la decisione dell’età giusta alla quale vogliamo mettere in mano lo smartphone ai nostri figli, offrendogli l’accesso a un mondo dove la maggior parte dei contenuti sono pensati da adulti per un pubblico di adulti. Pensiamoci bene. E teniamo anche presente che l’età minima di accesso ai social media nella maggior parte dei casi è di 13 anni. Allora, cosa vogliamo fare con quell’aragosta? Con il superalcolico? E con lo smartphone?


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