Le smart cities e l’Italia

5 Lug 2012 -

Le smart cities e l’Italia

Intorno al fenomeno delle città sensibili, molto è stato detto negli ultimi anni da vari punti di vista. Ma è proprio l’ampiezza di questi punti di vista a rendere la questione, forse, ancora problematica e a tratti fumosa. Stefania Garassini ne parla nel suo recente Op-Ed . Il punto è che, quando si parla di smart cities , ci si riferisce a una pluralità di fenomeni non tutti annoverabili perfettamente sotto la stessa classificazione. Come è possibile, ad esempio, descrivere con la stessa parola reti – fisse e fisiche – di dispositivi di monitoraggio ambientale in tempo reale e app o piattaforme online – del tutto mobili e intangibili – che permettono la raccolta di dati intorno a qualsivoglia indicatore? Come possiamo non notare quantomeno una differenza “filosofica” tra sistemi che rilevano dati dal territorio e sistemi che, invece, depositano su di esso nuovi contenuti attivamente “user-generated”?

Ovviamente, ciò che accomuna queste pratiche è, appunto, il fatto che hanno tutte a che vedere con la raccolta o la produzione di grandi masse di dati, tendenzialmente sempre georeferenziati. Ma è in quale modo essi generino effetti fisici sulle città a essere ancora materia fumante di studio e approfondimento. E ciò è vero soprattutto perché le città non sono tutte uguali, e non tutte si prestano con la stessa facilità ad essere pervase, fisicamente o meno, da reti. In Italia, ad esempio, dove per lo più le città sono sistemi a crescita nulla o negativa, in che modo l’emergenza di questi nuovi sistemi ‘smart’ viene a patti con la materia ‘dumb’ dei centri storici e delle vecchie infrastrutture?

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Intorno al fenomeno delle città sensibili, molto è stato detto negli ultimi anni da vari punti di vista. Ma è proprio l’ampiezza di questi punti di vista a rendere la questione, forse, ancora problematica e a tratti fumosa. Stefania Garassini ne parla nel suo recente Op-Ed . Il punto è che, quando si parla di smart cities , ci si riferisce a una pluralità di fenomeni non tutti annoverabili perfettamente sotto la stessa classificazione. Come è possibile, ad esempio, descrivere con la stessa parola reti – fisse e fisiche – di dispositivi di monitoraggio ambientale in tempo reale e app o piattaforme online – del tutto mobili e intangibili – che permettono la raccolta di dati intorno a qualsivoglia indicatore? Come possiamo non notare quantomeno una differenza “filosofica” tra sistemi che rilevano dati dal territorio e sistemi che, invece, depositano su di esso nuovi contenuti attivamente “user-generated”?

Ovviamente, ciò che accomuna queste pratiche è, appunto, il fatto che hanno tutte a che vedere con la raccolta o la produzione di grandi masse di dati, tendenzialmente sempre georeferenziati. Ma è in quale modo essi generino effetti fisici sulle città a essere ancora materia fumante di studio e approfondimento. E ciò è vero soprattutto perché le città non sono tutte uguali, e non tutte si prestano con la stessa facilità ad essere pervase, fisicamente o meno, da reti. In Italia, ad esempio, dove per lo più le città sono sistemi a crescita nulla o negativa, in che modo l’emergenza di questi nuovi sistemi ‘smart’ viene a patti con la materia ‘dumb’ dei centri storici e delle vecchie infrastrutture?

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